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Meet Madame Revanche
Utente: MadameRevanche
Il Medioevo Punk così come lo vive una creatura straordinaria. Se pensi che qua dentro facciamo letteratura, clicca "Chiudi" e vai con Dio.


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giovedì, 31 gennaio 2008

(ovvero di come non sia conveniente distogliere la blogstar dallo shopping per trascinarla all'happy hour. Dedicato a chi medita di tingersi i capelli per districarsi tra palombelle rosse ed agguerrite margherite.)

Il Salotto alle otto.
Madame Revanche, seduta sul pavimento ricoperto di cuscini, rigira tra le mani il suo Negroni.
Alla destra, l'amica X, che l'ha invitata per raccontarle le sue ultime disavventure.
Alla sinistra, la Y, persona invisa a Madame per la sua sostanziale cattiveria.
X è un fiume in piena, gronda lacrime e parole come un'ospite di Michele Cucuzza.
Y si esibisce in quella che Madame chiama "carità pelosa": uno sfoggio di empatia e comprensione a cuore gelido.
Y ci gode, nel raccogliere la sofferenza altrui.
Ascolta come se tenesse fra le mani un bicchiere da brandy, nel quale ruota e fa ossigenare le lacrime prima di concedersi un lungo, diabolico sorso.
La sbronza mi rende sentimentale, è notorio.
E la vita mi ha insegnato che, male che vada, ti rimane infine la soddisfazione di aver detto la tua.
Perchè il composto e dignitoso silenzio è spesso scambiato per stupidità.

X: "E quindi capisci? Ti dico, un dolore enorme, 'na cosa da morirci...."
Y: "E ti credo..."
X: "Proprio non me lo meritavo, una cosa mostruosa, non hai idea...."
Y, dispensando fazzoletti di carta e - ci sarebbe da giurarci - trattenendo un sorriso di compiacimento: "Eh, cara...C'è tanta gente cattiva in giro...."
Madame, sgranocchiando un cubetto di ghiaccio e guardando Y: "Come te, per esempio..."



Decretato ed emanato da MadameRevanche Ora: 13:03 commenti (8)
mercoledì, 30 gennaio 2008

(ad un maldestro ex pilota di go kart che non si è fatto lo yacht perchè, piuttosto che guardare il mondo da un oblò come Gianni Togni, si raserebbe a zero le sopracciglia come qualcun altro...)

Dai Pvt di Madame Revanche

(fedeli in piedi) Sia fatta gloria a Madame



Da XXXXXXXXXXXX
"Medioevo punk?"


Da Madame Revanche
"Già..."


Da XXXXXXXXXXXXXXX
"E che vuol dire?"


Da Madame Revanche
"Usa il dizionario, vedrai che ce la fai..."


Decretato ed emanato da MadameRevanche Ora: 11:22 commenti (5)
martedì, 29 gennaio 2008

(ovvero "Di come una blogstar solidarizza con un serial killer traendone spunti di profonda riflessione e di commossa partecipazione...)


Dexter Morgan è un ematologo specializzato nell'analisi delle macchie di sangue.
Dexter Morgan è un poliziotto di Miami, biondo, gentile ed ironico.
Dexter Morgan ha una fidanzata, bionda, gentile e con un passato di abusi familiari subiti per amore dei suoi figli.
Dexter Morgan ha un piccolo segreto.
Dexter Morgan è un serial killer.
Dexter Morgan è l'Uomo Nero.
Dexter Morgan è il Male, ed il Male con la maiuscola ha una regola.
Dexter Morgan ha la regola di Henry: mai uccidere un innocente.

Ci sono un bel po' di cose che mi piacciono, in questa serie.
Innanzitutto, l'idea troppo spesso ignorata che l'orrore ha una dimensione molto umana e quotidiana.
Qui da noi c'è voluta la strage di Erba per dimostrare quanto possa essere banale l'orrore.
Due vicini di casa solipsistici e scontrosi massacrano una famiglia intera e poi se ne vanno a cena fuori.
C'è, nella totale devianza di questa normalità da condominio, un elemento di terrore che neanche Thomas Harris riuscirebbe a delineare.
Gli americani c'erano arrivati molto prima.
Il Libera nos a malo gliel'aveva salmodiato un ragazzo biondo e miope, magro e gentile che di giorno lavorava in una fabbrica di cioccolatini e che non mancava mai di portare dei campioni-omaggio ai vicini.
Quel ragazzo si chiamava Jeffrey Dahmer, e non gli piaceva poi tanto, il sapore della cioccolata.
A Jeffrey piaceva il sapore della carne.
Quella che staccava dalle ossa dei ragazzi che invitava a casa sua.
Jeffrey e Morgan hanno in comune una cosa: sono invisibili perchè sono totalmente esposti.
Non c'era bisogno di mostrare il suo primo omicidio per far capire che Dexter è un serial killer.
Il Male di Dexter è sotto gli occhi di tutti.
Si agita nei suoi abbracci meccanici, nei sorrisi posticci, nell'incapacità evidente di qualsivoglia empatia.
Il Male di Dexter e di Jeffrey è sotto gli occhi di tutti.
A saperlo vedere.
A VOLERLO vedere.
Non lo videro, per dirne una, i due poliziotti che entrarono a casa Dahmer su denuncia dell'unica vittima che gli è sfuggita: un ispanico che riuscì a trascinarsi in strada col cranio perforato, e nel quale Jeffrey aveva iniettato dell'acqua, ed a chiedere aiuto.
Lo trovarono, mezzo nudo ed in stato confusionale, due puttane, che ebbero anche la delicatezza di chiamare una pattuglia.
Quando Jeffrey aprì la porta ai poliziotti, il caso era chiuso.
Il Male non poteva essere così gentile e timido.
Il Male non è biondo, nè miope, nè rispettoso.
Due mignotte ed un ispanico che è disposto a prostituirsi coi maschi per farsi una dose non possono essere attendibili.
Il caso era chiuso.
Chiuso come il frigorifero di Jeffrey, che conteneva in bella mostra una testa umana.
Chiuso come la stanza degli ospiti, con un tavolo punteggiato da ossa umane su cui riposava, in attesa di venir consumata, la cena di Jeffrey.
Una cena di nome Miguel.


Decretato ed emanato da MadameRevanche Ora: 15:55 commenti
lunedì, 28 gennaio 2008

Giudice: "L'udienza è rinviata a mercoledì, ore 10:30. Il testimone è invitato a presentarsi e non riceverà altro avviso.".

Testimone:" Dottò, scusate...Possiamo farla nel pomeriggio? Mercoledì ho la palestra..."

Madame Revanche: "E vabbè, venite con la tuta. Al massimo vi fate le flessioni in aula..."

Giudice: "Avvocato, poco spirito. Questa è la mia aula."

Madame Revanche al testimone: "Come non detto. Le flessioni poi le fate in biblioteca..."


Decretato ed emanato da MadameRevanche Ora: 12:58 commenti (3)
domenica, 27 gennaio 2008

(Dedicato al Prof. Riboni, che non mi ha insegnato a scrivere ma mi ha fatto leggere alcuni dei più arabescati passi di prosa degli ultimi dieci anni.)

E' domenica mattina, e la domenica mattina gli avvocati fanno la spesa.
Si riversano negli ipermercati e, bellamente beffandosi di coloro che alla spesa hanno dedicato il sabato del villaggio, stipano cesti, cestini e carrelli di quanto occorrerà alla loro sopravvivenza per la settimana successiva: caffè, qualche biscotto, i più wildiani una bottiglia di whiskey che non berranno mai, non a studio almeno, ma che gli piace veder far capolino tra i codici e le riviste.
Immancabile, come la S sulla tutina di Superman, una risma Fabriano Copy sotto il braccio.
Se lunedì venisse bandita la serrata delle cartiere, noi avvocati saremmo al sicuro.
La spesa della domenica mattina, per gli avvocati, è come il Fight Club.
Prima regola: non si parla del Fight Club.
Quindi, non ci si saluta.
Rigorosamente struccate le collegucce, barba lunga i collegucci, occhiali da sole calati a nascondere i bagordi del sabato sera, ci ignoriamo bellamente tra i corridoi.
Un inudibile grugnito seguito da un'impercettibile alzata di spalle è il saluto che scambiamo con gli intimi.
Gli altri, semplicemente, non esistono.
Nudi senza le nostre giacche scure, inermi senza un manico di cuoio da stringere nel palmo, svolazziamo dal settore hi-fi a quello surgelati, maschere fumè di compostezza.
Stamattina no, però.
Io a mezzogiorno ho un appuntamento galante e quindi entro all'ipermercato vestita e truccata di tutto punto, gli occhiali da sole che punteggiano la sommità del mio carrè asimmetrico e le palpebre colorate di un elegante rosa chiffon marcato Dior.
Le cuffiette bianche dell'IPhone si abbinano perfettamente alla mia polo Converse modello Navy, le labbra glossate fremono a tratti seguendo Annie Lennox che gorgheggia “There must be an angel playing with my heart, yeah....”.
Compiuto il rituale spendaccione, mi fermo a prendere il caffè ed a scambiare qualche parola con i ragazzi del bar, che si informano su che fine abbia fatto il mio abituale accompagnatore Campari addicted (è via per lavoro, grazie, certo che ve lo saluto, no niente Campari posso avere un caffè?) e  sono di nuovo in macchina.
Fa freddo, in questi giorni, il vento è gelido e ti coglie a tradimento, ma c'è un sole strepitoso ed io non sono normale, e quindi tiro giù la capote, accendo il riscaldamento dei sedili, metto dentro il dvd rock e parto.
Attraverso a velocità codice il Viale Parco, punteggiato da anziani seduti sulle panchine come lucertole e gli sportivi della domenica, che ansimano e sbuffano metro dopo metro, le Nike ai piedi che li rendono goffi.
Il traffico è inesistente, tra l'attesa della messa ed i risvegli difficili.
C'erano domeniche come queste che la spider me la sognavo, e camminavo tra i vicoli dietro la Cattedrale col naso in su ad annusare il profumo di ragù che usciva dalle finestre di Trani vecchia.
Io il ragù l'ho sempre odiato, ma per me quello era il profumo della pace, e si accompagnava immancabilmente a Morrissey che nel walkman cantava Suedehead ed al cigolio curioso delle Converse sul selciato reso liscio e lucido dal tempo.
E mentre torno indietro nel 1990, il dvd lascia partire l'assolo iniziale, ipnotico ed incalzante di Where the streets have no name (non a caso, Brian Eno voleva cancellarla...Poi avrà pensato fosse più comodo cancellare gli U2, e quindi hello hello, we're in a place called Vertigo...).
Sono anni che non la sentivo, almeno sette anni, e pure...
Le parole mi escono come se la cantassi tutti i giorni, a dimostrazione definitiva che ci sono cose che ti entrano dentro e non ne escono neanche se lo vuoi.
Al massimo, si nascondono in un angoletto e stanno lì in attesa, ben sapendo che prima o poi le ripescherai...
Quando uscì The Joshua Tree – l'ultimo vero album degli U2 – ricordo che facevamo a gara per individuare i riferimenti e le citazioni...
Era un po' come rivivere le interminabili discussioni escatologiche su The Wall, ma senza l'esultanza di me e Giovanni che ascoltando Not Now John becchiamo Roger Waters a latrare “Scusi, dov'è il bar?” in un italiano orrendo.
A me, sinceramente, di tutta quella dietrologia su Where the streets have no name non interessava niente.
Mi piaceva quell'assolo, ed i continui cambi di timbro di Bono Vox.
E l'idea di fondo.
Che forse non ha mai sfiorato il poliedrico cervello di Bono Vox, ma a me convinceva tanto.
Che c'è un solo posto in cui le strade non hanno nome.
Ed è il posto che tu chiami CASA.
A casa mia, le strade non avevano nome.
Odoravano solo di ragù alla domenica.


Decretato ed emanato da MadameRevanche Ora: 17:55 commenti (1)
sabato, 26 gennaio 2008

C'è un mese, nell'anno giudiziario, in cui anche l'ultimo degli sfigati forensi diventa una celebrità: il mese in cui si fa la campagna elettorale per il Consiglio dell'Ordine.
Per molti, è l'unico mese di luce in un anno di plumbeo anonimato.
Per tutto l'anno, lo sventurato sta lì, schiena al muro come ogni avvocato cauto che si rispetti, gli occhi bassi e il codice con gli angoli sudaticci e deformati.
Poi, diventa un ELETTORE, e questo lo proietta nell'olimpo dei colleghi.
E' ricercato, coccolato, vezzeggiato, adulato.
I principi del buco fanno a gara per offrirgli il caffè.
Se è abbastanza svelto ad afferrare la lista per la quale deve votare, è facile che lo bacino su entrambe le guance come fosse un lontano parente ritrovato da Raffaella Carrà.
Ma passata la festa, gabbato lo santo.
E di nuovo lì, nel fumo di Londra di una vita da mediano.
Fino alla prossima volta.
Finchè morte – o radiazione – non li separi.
Poi ci sono quelli come me.
Dieci anni di professione alle spalle mi rendono cinica e scafata come un'ex ballerina di lap dance.
Ed altrettanto sfrontata.
E' un mese da sballo.
Tonifica il corpo – io mi faccio un punto d'onore di non accettare il caffè da un candidato, e questo mi obbliga a fare lo slalom tra gli aspiranti consiglieri assiepati come vietcong al bar – e ritempra lo spirito.
Già, lo spirito.
Perchè il rito dell'elezione vuole che per un mese il tuo telefono di studio diventi rovente come quello della Casa Bianca durante la controffensiva sovietica.
Io sono stata appellata in tanti modi.
Eccone alcuni.
AVVOCATISSIMO!
ESIMIA PENALISTA
ILLUSTRISSIMA COLLEGA
PRECLARA COLLEGA
PROFESSORESSA ILLUSTRE
ESPERTA LINGUISTA – e qua, esattamente un decimo di secondo prima che ne tirassi fuori una delle mie, il collega mi ha fatto comprendere di essersi malamente riferito alla mia padronanza dell'italiano....
PRESIDENTE EMERITA – sono dodici anni che non sono più presidente del Lions Club. Ma per lui lo resto. Due volte l'anno: elezioni dell'ordine e festa di Natale in discoteca.
BELLA BIONDA – qui, lo ammetto, mi sono commossa. Non ho avuto cuore di interrompere venticinque minuti di sviolinate su quanto sono brava, e solare, e simpatica, e preparata, e bla e bla e bla. Ma io ho un cuore di pietra. Credo di aver sghignazzato, quando ho detto: “Guarda che ti sbagli. Io ho i capelli rossi. E non ci siamo mai incontrati...”.

Il grado di celebrità forense è direttamente proporzionale all'importanza di chi ti chiama per sollecitare il tuo voto.
Io ho risposto a 30 candidati su 30.
Sono una star, come ha tristemente affermato la mia associata, che invece è stata chiamata solo da sette candidati e 70 ragazzi di studio...
I miei li ho divisi per categorie criminologiche.
Ve li presento.
IL MEDIUM: “Ciao, ti chiamo perchè mi sono candidato certo di adempiere alla volontà di mio padre”. (Il padre, avvocato, è morto quindici anni fa, quando lui era al liceo...)
IL GUAPPO: “Forse non hai capito. Tu DEVI votare per la mia lista!”. (Risposta: “Parlami di nuovo in questo modo e la poltrona da consigliere è bene che te la facciano con le rotelle...”.)
GESU' : “Ma tu hai capito chi è mio padre?” (Il padre, effettivamente, è un galantuomo. Risposta: “Sì, ed ora ho anche capito perchè lui tenga questa notizia riservata...”)
L'INCREDULO: “Scusami... Hai detto di no???” (“Sì, ho detto no, sono impegnata.”) “Ma come no???” (Risposta: “Hai presente il contrario di Sì?”).
DOLCE REMI': “E dai, un posticino per me lo trovi, dai...”. (“Guarda, ti ho detto che sono impegnata...”) “Ma dai, un posticino piccolo...Ti preeegoooo....” (“Senti, se sei davvero in difficoltà ti passo il numero della Caritas. Loro un posto per te lo trovano di sicuro...”).
IL CAIMANO: “E' fondamentale, per la tutela della nostra categoria, del suo buon nome e della rispettabilità, eleggere all'ordine consiglieri che sappiano portare alta e forte la voce degli avvocati onesti.” (Risposta: “E quindi hanno candidato te?”) “Cosa vuoi dire, scusa?”. (“Niente, facevo i miei esercizi di logica...Ciao, neh...”)



Decretato ed emanato da MadameRevanche Ora: 16:34 commenti (5)
martedì, 22 gennaio 2008

Il paradosso dell'invecchiare sta nella dilatazione del tempo.
Quando sei giovane (ed hai di fronte a te tutta una vita, sempre che tu non decida di barattarne un bel pezzo in cambio di un'adolescenza punk) il tempo non ti basta mai.
Hai fretta, devi fare qualcos'altro, o essere altrove, e non ti fermi in nessun luogo abbastanza da imparare a riconoscerne l'odore.
Quell'odore ti tornerà in testa anni ed anni dopo, sollevato a tradimento da qualcosa di diverso.
Passeggi per un vicolo spaccato esattamente a metà tra ombra e sole, e vieni invaso dall'odore di lenzuola stese ad asciugare e quell'odore ti riporta con uno strappo ad anni prima, quando le lenzuola stese ad asciugare erano quelle della tua camera a casa dei nonni e tu cercavi disperatamente di occultare la pedata che ti ha dimostrato al di là di ogni ragionevole dubbio che sì, le tue All Star hanno la suola disegnata a rilievo.
Poi ti ritrovi a 34 anni col pensiero che, dopotutto, non è affatto scontato che doppierai la boa, perchè se non sarà l'amore sarà la bomba atomica, direbbero gli Smiths, e di amici e parenti e gente che conosci ne hai visti andar via tanti troppo presto e per motivi anche stupidi.
E sai di essere invecchiato quando, dal famelico affastellarsi delle cose da fare e da dire e da vivere, vieni risucchiato nel piacere dell'indulgenza.
Così, quelle attività che prima ti sembravano uno sperpero di tempo, e che compivi meccanico con un piede già sulla soglia dell'altrove, adesso sono i tuoi piaceri quotidiani, ai quali dedichi tutto il tempo che riesci a rubare all'altrove.
La prima colazione, per esempio.
Quando avevo quindici anni era piacevole come un ergastolo.
Avevo tanto altro da fare, ed invece mi toccava star seduta a tavola, le mani perfettamente posate ai due lati della tovaglietta ed il sangue che bolliva in attesa che il contenuto della tazza si raffreddasse quel tanto che bastava a svuotarla in tre sorsi senza perire di autocombustione interna.
Adesso no.
Adesso la colazione è un rito.
Dicono che i serial killer più difficili da catturare sian quelli in cui l'elemento costante della ritualità assume un aspetto quasi artistico.
Se infatti l'adesione ad un determinato schema consente di raccogliere solo gli elementi utili e circoscrivere la scena e la persona, l'inserimento all'interno di un rituale di un aspetto apparentemente eccentrico ed estemporaneo confonde gli occhi dell'osservatore facendogli perdere la sostanziale unitarietà e costanza del quadro d'insieme, esattamente come (per fare un esempio certamente eccentrico) il salame che spuntava a tradimento dal pavimento nelle vignette di Jacovitti spesso catturava lo sguardo sottraendolo per molto tempo al protagonista della vignetta stessa.
Dopo aver vinto il Premio SplinderJoyce per il periodo più lungo del mese, lasciate che confessi: sono una serial killer della prima colazione.
Da dodici anni, la mia colazione si svolge sempre nello stesso identico modo.
MA.
Con un elemento eccentrico ed estemporaneo.
Non sono una di quelle persone a cui piace, non appena sveglie, indulgere in pigri rotolamenti e lagnose recriminazioni contro la necessità di alzarsi.
Io quando mi sveglio mi alzo.
Mi devo alzare.
Lo sanno bene le persone che hanno condiviso il mio letto, soprattutto la mia amica RV, che, nelle nostre scorribande romane, era abbastanza abituata all'idea che, alle sette del mattino, io girovagassi da circa un'ora nei pressi di Piazza Bologna, alla ricerca di un posto adeguato a compiere il mio rituale.
Da dodici anni, la mia colazione si svolge sempre nello stesso identico modo.
QUESTO modo.
Mi alzo e metto su l'acqua per il tè.
Mi piace sentirla scorrere dentro il bollitore d'acciaio, fa un suono quasi allegro.
Mentre il bollitore è sul fuoco, mi lavo, con la stessa totale dedizione con cui Hannibal Lecter si preparava ad incontrare la sua vittima.
Il mio bollitore fischia definitivo esattamente come il treno di pirandelliana memoria (questo è un credit a chi mi ha ispirato il post) ed io sono lì, perfettamente lavata, vestita e truccata.
Il rituale ha inizio.
Prendo la mia tazza - che non è una tazza da tè ma un mug, chè io quelle tazzettine piccole e sottili le odio. Mi puzzano di disinfettante e pannoloni usati, per intenderci... - ed inizio a svitare il piccolo filtro da te comprato direttamente in Inghilterra. E' un piccolo uovo d'acciaio, nel quale, con la precisione acquisita in anni di esperienza che avrei fatto meglio a dedicare ad attività più redditizie (dall'orologeria alla raffinazione di sostanze stupefacenti, lo spettro delle possibilità era abbastanza ampio, sapete...), faccio cadere le foglie di tè.
Io odio le bustine.
Le odio perchè sono il simbolo di una modernità che aborro.
Quella modernità che finge di semplificarti la vita per rendertela ancora più difficile. E ti fa pagare cara l'illusione.
Spiego.
La brava massaia giurerebbe sulla testa del marito (e lo farebbe apposta, perchè dentro di sè sa bene che perderebbe) che preparare un tè con la bustina sia più facile che farlo con le foglie, e per più facile intendo più rapido, meno faticoso, più pulito.
Minchiate.
Per preparare il mio tè io compio queste semplici mosse: metto il tè nel filtro, il filtro nella tazza, lascio in infusione, estraggo il filtro, lo svito e lo svuoto, mi siedo.
Vediamo la massaia.
Prende la bustina e la apre, facendo bene attenzione a non rompere il cordino di cotone (credo sia per questo che da bambini ci raccontavamo la barzelletta per cui  Dracula per farsi il tè prendeva un Tampax usato....).
Mette la bustina nella tazza facendo attenzione a che il filo di cotone, con annesso quadratino di carta, non finisca a bagno nella tazza.
Lascia in infusione.
Poi estrae la bustina, e qui si spalancano dinanzi ai suoi occhi inquietanti interrogativi.
La brava massaia si ritrova infatti a contemplare un penzolante ammasso che cola (il filtro inglese NON ha i buchi sul fondo).
Che fare dell'orrido reperto?
Buttarlo nella spazzatura o nel piattino?
Nell'un caso e nell'altro qualcosa sporcherà.
Quindi, sia che preferisca far colare il tè sul pavimento cercando di guadagnare la pattumiera, sia che opti per depositarlo nel piattino come un immondo resto chirurgico, sporcherà.
Mentre la massaia sceglie, io son già seduta a dedicarmi alla fase due del rito.
Ho anche conosciuto interessanti esemplari femminili che si trastullano in questa ulteriore attività.
Prendono la bustina col cucchiaino e le girano intorno il filo di cotone.
Io le chiamo le "strizzabusta" (ed ho anche un vago sospetto che siano delle strizza-altro), e mi godo la fantastica illusione per cui sperano di sottrarre alla carta la parte migliore del tè e si ritrovano spesso e  volentieri con il cordino spezzato in mano e la bustina che ha fatto splat da qualche parte.
Nella mia tazza, esattamente un minuto prima che il bollitore fischi, io ho avuto cura di inserire una fettina di limone e tre cucchiaini di zucchero.
Se sono particolarmente di buonumore (vale a dire se ho la prospettiva di un'udienza sanguinosa) mi diletto a pestare insieme zucchero e limone come se stessi preparando la  base per un mojito.
Poi mi sovviene chi parlava sempre del mojito e pesto più forte.
Dicono sia sublimazione.
Io dico che è culo (per quello che parlava sempre del mojito, ovvio...).
Così, nel momento in cui verso l'acqua nella tazza, io assisto compiaciuta ad una trasfigurazione dei colori.
Inzialmente, l'acqua, a contatto con limone e zucchero, assume un aspetto opaco, lievemente giallino.
Poi, mano a mano che vince la resistenza delle foglie di tè, penetrando metodica nel filtro, si tinge di un color oro caramellato che diventa sempre più scuro, sino ad assomigliare alla sommità del creme-caramel.
Io bevo solo Tea Twinings.
Mi aggiro tra gli scaffali di Monaco e Scervino come un tossicodipendente nel magazzino di un narcotrafficante.
Le mani tremanti sfiorano appena le lattine colorate.
Earl Grey, Lady Grey, English Breakfast, Darjeliing, Orange Pekoe, la miscela del tricentenario....
Conosco il profumo di ciascuno di essi, potrei descrivere persino il colore che assume terminati i rituali cinque minuti di infusione...
Amo il tè rosso, col suo odore di terra lavorata da poco ed appena bagnata di pioggia, pugnace e arrogante come un guerriero da De Bello Gallico.
Amo il tè bianco, impalpabile e paglierino, come un petalo non più fresco di una magnolia, che semplicemente muore se assalito dal limone... 
Ed odio il tè verde, mi da la stessa soddisfazione che (immagino) proverei se masticassi foglie di granturco.
Deposto il filtro, inizia il momento della contemplazione.
E' l'acme del rituale intero.
Tengo le mani intorno alla tazza, gli occhi a cercare il fondo e faccio quello che si dovrebbe fare prima di compiere una azione Buona (che, si badi, spesso non coincide, e vivaddio, con una buona azione) : annuso qualcosa di buono e penso.
Ecco, qui si appalesa un'altra fregatura che ci ha appioppato la modernità: l'equazione per cui per esistere dobbiamo esserci.
essere raggiungibili, rintracciabili, localizzabili, circoscrivibili.
Minchiate.
Io esisto proprio e soprattutto nei momenti in cui non ci sono per nessuno.
E ne ho consapevolezza proprio perchè sono i rari momenti in cui MI SENTO esistere.
Bene, per cinque minuti al giorno, IO NON CI SONO PER NESSUNO.
Sono i cinque minuti in cui annuso il mio tè, e penso, e lo lascio raffreddare un po'.
IO non soffio sulla tazza come una gatta cafona.
So aspettare.
Quando ne vale la pena.
Un'altra cosa che odio sono le zuppette, nel senso che mi disgusta mettere in bocca biscotti o fette biscottate mollicci e gonfi come cadaveri di naufraghi (avrei potuto trovare una similitudine meno splatter, ma occorreva punire le vostre prevedibili battute....).
Provo odio per quelli che riempiono le tazze di latte e biscotti, e si nutrono di cucchiaiate di "roba da canile".
La colazione di Madame è geometrica.
Quattro biscotti, otto sorsi.
Già, i biscotti.
Inglesi, da tè.
E, tre volte la settimana, una barretta Weetabix, una concessione alla crapula, proprio...
Io detesto i biscotti al cioccolato, ma, più d'ogni altra cosa, detesto i biscotti ricoperti ed i biscotti ripieni.
A dire il vero, schifo qualsiasi cosa sia ripiena.
Perchè non riesco ad accettare di ritrovarmi in bocca qualcosa di diverso da quello che ho morso.
Questo accadimento mi genera l'impossibilità istantanea di inghiottire (occhio che diventate ciechi...Ma stupidi lo siete già, temo...E' un post sulla prima colazione, santiddio!!! E' chiaro che sia pieno di descrizioni orali...).
Immagino  che, durante tutto questo tempo, la vita domestica intorno a me proceda come al solito.
E' che io non la vedo e non la sento, gli occhi bassi sulla tazza e l'IPod nelle orecchie a dispensare la dose quotidiana di Vitamina C: All the small things, Pretty Fly for a White Guy e la new entry della settimana (almeno fino a due mesi fa, poi ho scoperto This is the new shit di Marilyn Manson e non ho più aggiornato la cartella Wake up...).
Ho scoperto, peraltro, che tenere Marilyn Manson per ultimo ha un vantaggio aggiuntivo.
Se, infatti, molti dei miei ospiti (perchè in barba a Padoa Schioppa, la casa dove abito è MIA, e c'è un piacere davvero perverso a troncare le discussioni coi genitori con un sorridente "Guarda che ti butto fuori di casa, bamboccione!") hanno imparato che, in una gara di decibel, l'IPod vince a mani basse su qualsiasi voce umana, da quando ascolto Marilyn Manson persino i più riottosi devono convenire che la mia faccina sconsiglia qualsiasi approccio mattutino.
Davvero, non comprenderò mai il fascino che esercita su di me questa canzone...
Inizialmente pensavo fosse emulazione divina, ma non è così.
E' che mi piace il modo in cui ringhia.
"And don't forget the violence..."
Già.
Me lo ripeto tutte le mattine.
Di solito in sincrono con la Rassegna Stampa che vedo scorrere sulla tv...



Decretato ed emanato da MadameRevanche Ora: 13:56 commenti (10)
sabato, 19 gennaio 2008

Tra giustizia INclemente e Totò che favorisce, credo ci siano ottime possibilità di sbronzarsi in allegria, questo weekend.
In attesa del trionfo del proletariato, vi lascio con questo simpatico video e ci vediamo lunedì.
Ma anche no.


Decretato ed emanato da MadameRevanche Ora: 15:23 commenti (9)
venerdì, 18 gennaio 2008


Scorpione (23 ottobre - 21 novembre) La giornalista Arianna Huffington si è resa conto di lavorare troppo un giorno in cui era talmente stanca che è svenuta e si è fratturata uno zigomo sbattendo sulla scrivania. Per concedersi un po' di relax ha deciso di usare solo due Blackberry invece dei soliti tre. Ti invito a compiere almeno due gesti simili di amore verso te stesso nelle prossime settimane, Scorpione. Potresti eliminare qualche complicazione, come ha fatto Arianna Huffing­ton, o aggiungere qualche piacere godurioso. Per esempio, potresti farti massaggiare nell'acqua calda da una squadra di guaritori carismatici mentre ti cantano canzoni d'amore e ninnananne.

Casomai non vivessi abbastanza, ho pensato di farmeli oggi, i gesti d'amore.
Una mattina di shopping, un primo pomeriggio a castigare i mostri di Devil May Cry e poi...
Lasciar scolorire il tramonto fuori dalla finestra, seduta sul mio trono, le gambe allungate sul letto, qualcuno che mi dice "Dai, metti le gambe sotto, così ti tocco i piedi..." e gli occhi incollati al 32 pollici che trasmette un filmetto rilassante e romantico.
Come questo...




Decretato ed emanato da MadameRevanche Ora: 21:22 commenti (2)
venerdì, 18 gennaio 2008

Hey, you!
Yes, YOU!!!!
Per adesso il tuo poster lo tengo io.
Tzè...


Decretato ed emanato da MadameRevanche Ora: 17:25 commenti (5)