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Utente: MadameRevanche
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venerdì, 30 maggio 2008



Eh, certe volte mi mancano....


Decretato ed emanato da MadameRevanche Ora: 08:36 commenti (2)
mercoledì, 21 maggio 2008

Come sempre, quando ho la testa troppo piena di pensieri e parole che non riesco ad esprimere, mi torna su un grumo di memoria, il ricordo di qualcosa che mi sembrava di aver perso per sempre nell'affastellarsi del nuovo e del futuro, e come sempre questo singulto mentale mi causa sorpresa, e rimpianto, e come una struggente malinconia di tempi che tuttavia non rimpiango.
L'altro giorno, per dire, mi è tornata su Eva, portandosi dietro gli odori e le amarezze dell'anno 1993.
Io ed Eva avevamo in comune due cose: Bari e le Marlboro.
Ci siamo conosciute in un umido pomeriggio del maggio 1993, io avevo vent'anni scarsi, lei 85.
Ci siamo conosciute in un ospizio comunale, dove ero stata ammessa a prestare volontariato non per le mie spinte altruistiche, ma perchè presentata e come "garantita" da una figlia bene della città.
Qui, nel profondo sud, anche le opere pie rispondono alle logiche clientelari e comparistiche.
Nessun atto, per quanto buono e disinteressato, può essere compiuto senza un garante, qualcuno che, col presentarti, si assuma in qualche modo la paternità morale dei tuoi atti.
Lei mi chiamava "Signorina" e Signorina pretendeva che la chiamassi io, lei che aveva perso il suo fidanzato in guerra e che a quella promessa spezzata di felicità era rimasta legata per la vita.
Mi raccontava del suo Alfredo con gli occhi tristi ed asciutti di chi ha avuto una vita intera per elaborare il proprio lutto, e mentre ne parlava si rassettava continuamente i capelli che l'odiata parrucchiera delle suore le tagliava troppo corti, come a rammentarle anche allo specchio che, per certe persone, la guerra non finisce mai.
Questo Alfredo morto in guerra era però non ingigantito dal ricordo, restava umanissimo e con i difetti di un uomo normale.
A volte, Eva andava via dall'ospizio.
Il suo corpo restava disteso, piccolo e fragile, nelle lenzuola di tela bianca e ruvida, il suo volto, perfettamente truccato, continuava a parlare, ad esprimersi.
Era la sua anima ad essere altrove, lungo la metà sempre in ombra di Via Sparano, dove Eva camminava facendo ticchettare i tacchi quadrati da zitella beandosi delle vetrine stracolme, e della parlata barese che lei non aveva dimenticato, e che condivideva con me, eletta al ruolo di unica che la poteva comprendere.
Eva, che rifiutava sdegnosamente i dolci e la cioccolata portati in dono dalle pie donne, e quasi coprendosi il viso col lenzuolo mi chiedeva, in tono da cospirazione, "Signorì, m'à dè 'na sigarett?".
Eva, che esattamente cinque minuti dopo che entravo nella sua camerata, aveva l'insopprimibile esigenza di andare in bagno.
Ma con me, che la portavo appesa al braccio come una borsetta da sera, e che, una volta al sicuro dietro la porta, le facevo accendere la sua Marlboro rossa, che aspirava con una voluttà subito punita dalla tosse, mentre io agitavo le braccia nell'aria come un airone per disperdere il fumo, facendola ridere e tossire.
Le suore ci guardavano con una disapprovazione che rasentava l'odio, e l'una e l'altro erano da noi pienamente ricambiate.
Qualche mese dopo, dovevo andare a Bari per la tesi, ed Eva mi aveva fatto una lista di luoghi e persone da rintracciare e fotografare.
Il nostro saluto sembrò più che altro una manovra tra pusher e tossico, con me che la abbracciavo furiosamente china sul suo letto e lei che mi stampava baci a raffica sulla guancia, ed in quella specie di amplesso curioso una stecca di marlboro passava dalla mia giacca dentro il suo cuscino con una perizia ed un'astuzia che non credo potrò più dimostrare.
Lei stessa, abbracciandomi, frugava ansiosa nelle tasche interne della mia giacca estraendo accendini minuscoli e pastiglie di borocillina: il kit del marlborista indefesso.
Tornai da Bari con tre giorni di ritardo ma avevo assolto il mio compito di investigatore.
Avevo in mano una focaccia di Magda ed una busta di foto e biglietti di saluto da parte di quelli che ero riuscita a trovare.
Il materasso piegato a cubo come in caserma e l'aria meno otturata dalle sigarette mi fecero capire che anche Eva era partita.
Sul comodino, le suore, sempre piene di umanità, avevano lasciato in bella vista tre pacchetti di Marlboro.




Decretato ed emanato da MadameRevanche Ora: 17:03 commenti (5)
giovedì, 15 maggio 2008

Saluti a tutti.
Per tre giorni mi trovate qui.




Decretato ed emanato da MadameRevanche Ora: 16:33 commenti (4)
giovedì, 08 maggio 2008

Qualche sera fa m'è successa una cosa brutta.
Un amico, sbronzo perso, mi ha messo le mani addosso.
Fin qua, niente di che.
Sono abbastanza grande - ed abbastanza tosta - da prestarmi ausilio e soccorso, e di certo non resto vittima inerte di un coglioncello qualsiasi.
Per fare male ad una come me, te la devi sentire.
La cosa davvero brutta, di una serata semplicemente noiosa per gli esiti prevedibili e post-adolescenziali di quella sbronza (lui che mi corre dietro scusandosi, io che abbandono il locale ed all'una di notte attraverso con un felpato ticchettio delle mie ballerine a righe lo scarso chilometro che mi separa da casa, la frase che gli ringhio secca fuori dal pub e che è tanto Madame - "Tu non mi devi parlare, non mi devi neanche guardare" - l'immancabile rivincita che mi prendo il giorno dopo, mettendolo alla pubblica gogna senza neanche dargli un nome - nella mia lunga ed ecumenica tirata non ho MAI pronunciato il suo nome, ma guarda caso gli appuntavo gli occhi addosso nei passaggi sanguinosi) è stata la NON reazione di coloro che io ritenevo i miei amici, e che, dinanzi alle ripetute molestie, si sono cortesemente fatti i cazzi loro.
Ripeto, non sono esattamente la mammoletta che ha bisogno degli amici, per tirarsi fuori dai guai.
Ma ci sono gesti che danno la perfetta misura dell'intensità e della Verità di un rapporto.
Ora, non dico che avrei preteso la medesima reazione che io avrei avuto a parti invertite (un simpatico fracco di legnate al rompicoglioni al canto di Singin in the Rain, l'ultraviolenza versione B-Side), ma mi sarebbe di molto piaciuto un minimo di intervento, di interessamento, di collaborazione.
Zero.
E questo silenzio mi porta indefettibilmente a pormi un quesito.
Ma sono poi così sicura di veicolare esattamente nel prossimo il grado di amicizia che gli offro?
O forse quella che io ritengo la massima espressione dell'amicizia viene poi percepita come una blanda comunanza di interessi e frequentazioni, qualcosa che, in fondo, non giustifica lo "sporcarsi le mani"?
Fatto sta che mi è rimasta dentro una leggera nausea, la brutta sensazione di non contare poi molto per persone che per me, invece, contano tanto.
Per fortuna, mi compro un paio di Converse e mi passa.
La nausea.
La voglia di smerdarli no. Quella resta.



Decretato ed emanato da MadameRevanche Ora: 18:52 commenti (12)