E non ce n'è per nessuno, eh...
Per quanto il tempo si accanisca, opponendo sulla mia chioma biondo-ramata un coperchio grigio ed umido di uggia; per quanto da ogni parte certi supposti amici si sforzino di spaccarmi la schiena; per quanto Ezechiele 25:17 sia ormai il mio mantra, non ce n'è per nessuno.
Sono in un costante stato di delirante serenità, e bisogna essere molto acuti per intravvedere nel mio sorriso scanzonato il turbine di maelstrom che vado rinfocolando.
C'è qualcosa, dentro di me, che si sta preparando all'esiziale, qualcosa che si nasconde nelle mie viscere, e si nutre del mio ferreo autocontrollo e della mia determinazione in attesa del dispiegamento.
Lo chiamano "covare", quelli che devono per forza associare qualcosa di altissimo a qualcosa di infimo per sostenerne la potenza....
Io lo chiamo PREFIGURARE.
Ieri pomeriggio ero in macchina, diretta allo studio ad una velocità folle, cambi di marcia ruggenti e stop ai semafori fatti soltando scalando.
E mi fermo, e mi scatta il momento disco '70, al ritmo di Natale allo Zenzero, e mi vien su il modo in cui, distesa, ancheggiavo ascoltando Straight to Hell dei Clash nel lettore mp3 di LUI, e mi pare che sia tutto un unico che si snoda e serpeggia.
E sono ferma, e però me la ballo con una sorta di entusiasmo immotivato.
Accanto a me, due finanzieri schiacciano il volto contro i vetri.
Li vedo proprio quando mi sto slacciando la cintura di sicurezza che mi ostacola l'ancheggiamento, e senza neanche interrompermi gli faccio ciao ciao con la manina.
Ci mettono almeno mezzo minuto a riprendersi quando scatta il verde, io son già via, ridendo come una pazza.
E poi finisce che ci vado, mi metto tutti i miei adamantini principii di ripugnanza in borsetta, la chiudo con uno scatto secco e vado al cocktail.
Vado a giocarmi una partita fondamentale, con gente che sostanzialmente disprezzo nel profondo, e lo faccio non per me, ma per un mio senso di merito e di giustizia che si deve realizzare in qualcun altro.
E sto lì, dritta ed ironica nel mio vestitino blu, un sorrisetto bastardo che lampeggia dietro i miei nuovi occhialini D&G e che sento vibrare nel mio cocktail analcolico, chè se stasera divento sentimentale son cazzi davvero.
E lo faccio davvero, mi avvicino a questa gente che mi ripugna e che però è funzionale al mio progetto, e lo trovo, il modo di non snaturarmi e di non nuocermi al contempo.
Li tratto come loro trattano ciò che mi sta a cuore, con lo stesso bieco sarcasmo che oppongono a chi è debole e non trova mai nessuno che ne assuma la difesa.
Questo atteggiamento, lo vedo, li spiazza, e gli vien su la rabbia di vedersi ritorte contro le loro stesse tecniche di sabotaggio mentale.
Del resto, non sono forse io quella che ha bisogno di loro, quella che deve chiedere?
Manco per il cazzo.
Perchè me ne sto lì, dritta e compita, sorrido, ciacolo con tutti meno che con loro, ed alla fine SI DEVONO avvicinare, perchè la vippanza ha regole ferree.
Io sto lì, dritta e compita, e non faccio neanche un passo mentre il mio sorriso si allarga.
Si allarga di sfottò e di trionfo.
"Barbarè, il tuo protetto è eccellente...".
Lo so, ma neanche rispondo ad una cosa tanto ovvia, ovvia quanto la loro intrinseca merdosità.
"E' stato un vero peccato averlo perso..." è la frase con cui mi accerchiano.
Manco per il cazzo.
"Obbè, non è mica morto...".
Ci guardiamo in silenzio, lo so che mi sta prendendo le misure, ma il suo metro non gli basta neanche dopo che io ho perso venti chili.
"Del resto, quando c'è la volontà di mettere le cose a posto... O no?!".
Lo so, non riescono nemmeno a credere che qualcuno gli parli così, qualcuno che dovrebbe star sotto, poi...
"Non ha capito che sono disposto a stare sotto solamente quando fotto!", canta Caparezza nella mia testa mentre giocherello con la mia collana con la croce.
"Certamente..." è la risposta asciutta come carta e sabbia, e mi basta.
In quel certamente stanno riposte le uniche cose a cui davvero tengo, ed alle quali ho dedicato senza se e senza ma la mia intera vita.
In quel certamente si annidano il dovere di fare giustizia e di riportare l'ordine, il dovere di stare dalla parte dei capaci e dei meritevoli.
Ho sempre creduto nel profondo che il fine giustifichi i mezzi.
Purchè il Fine sia un Assoluto e non ti riguardi.
"Sei stata una vera stronza..." commenta il mio mentore.
"Se lo fossi davvero, Prof, farei parte di questo carrozzone, non trovi?"
"E pure tu c'hai ragione..." sghignazza battendomi sulla spalla.
Torno a casa che è buio, e sento un po' freddo.
Dentro, il maelstrom si agita sinuoso e quieto, e va in sincrono con me.
Vorrei che qualcuno mi vedesse.
Vorrei che mi vedesse per dare finalmente una compagna al suo maelstrom.
La mia collana brilla.
E' calda.
Ci sono cose che, a vederle accadere, ti paiono gioielli incastonati nel tempo, capolavori non ripetibili frutto di circostanze straordinarie.
PAIONO, appunto....
Nel brumoso venerdì astigiano, una militante Madame Revanche in minigonna grigia e cappottino bonne mine salta giù da un pullman GTT alquanto imbestialita per il ritardo.
Percorre i 500 metri che la separano dall'appuntamento facendo tintinnare i tacchi delle ballerine in una versione drum and bass della Cavalcata delle Valchirie, gira l'angolo e finalmente lo vede. Dio è alto un metro e ottanta e sta lì, si staglia nero nel mattino grigio, le lunghe mani chiuse intorno alla sua macchina fotografica, gli occhi completamente celati dalla visiera.
Dio è alto, è magro, e bellissimo, ed è tutto nero ma di quel nero luminoso che associ ai quadri di Klimt.
Ci sono ora due figure sul marciappiede, e pochi sanno che in quel fondersi di nero e rosso c'è Madame Revanche che abbraccia Dio con un sorriso perfetto che le parte dal centro del cuore, mentre gli incrocia le braccia dietro la schiena e lo stringe a sé come si fa con le cose preziose, il naso contro il collo e un'ondata di tenerezza che travolge.
E c'è Dio, che ricambia l'abbraccio di Madame e le stampa un bacio sulla bocca, uno di quei baci frontali ed a bocca chiusa, quelli che si scambiano i Fratelli di Sangue...
Dio e Madame Revanche attraversano il centro di Asti in una strana melodia di tacchi che battono e Nike grigie che quasi volano sul selciato, le mani intrecciate ed il parlare fitto in cui si mescolano risate e tristezza. E' passato quasi un anno, ma Dio e Madame Revanche sembrano quasi non essersi mai mossi da lì, da quella Piazza San Secondo ornata di bandiere e senza sole.
"Chiamala!", ordina Dio, e Madame obbedisce con la trionfante obbedienza dell'Arcangelo Gabriele.
La Chiamata giunge in un quarto d'ora, una mantellina di lana viola a coprirle le spalle che borda un derriere da sogno in jeans grigio.
Dio procede esattamente al centro tra l'Eletta e la Chiamata, ride e gioca e di quando in quando si toglie il cappello in un tripudio di ormoni che poco ha a che fare con la beata santità di questo pomeriggio mistico. Intorno alle quindici, Madame Revanche la ritroviamo stesa di schiena sul selciato di Asti.
Dio l'ha sollevata tra le sue potenti braccia e Madame è saltata, chiudendo finalmente nella tomba il martirio della schiena e la paura.
Dio l'ha sollevata e l'ha fatta danzare in quattro pirouettes gioiose che conclude lanciandola come fosse Carla Fracci.
Vola, la povera Madame, si libra nell'aria con un grido di esultanza, ma quando deve rimettere i piedi a terra il suo equilibrio viene annullato dalle Nike 44 di Dio, che le impediscono di rimettersi in piedi.
Cade all'indietro in un tonfo morbido ed aggraziato, l'ex kickboxer a cui spezzarono le reni, e si ritrova aguardare il cielo plumbeo mentre fa la conta dei morti in zona lombo-sacrale.
Incapace di pensare alle conseguenze, Madame sposta gli occhi su Dio e la Chiamata e pensa: "Sono i miei migliori amici!".
E li vede. Dio, immobile, ha gli occhi smarriti e ripete un mantra: "Ma io l'avevo poggiata!!".
La Chiamata, impassibile, si incazza coi passanti che non prestano soccorso a Madame.
Madame si rialza da sola, nel silenzio dignitoso di Dio spezzato dalla Chiamata che, lungi dal porgerle la mano, la squadra stupefatta affermando: "Oh, non ti si sono neanche smagliate le calze...".
La teofania del venerdì astigiano porta alcune sconcertanti rivelazioni:
1) Dio fotografa i numeri civici;
2) Lo sterno suda (come ha appurato lo stesso Dio, il quale ha voluto imitare San Tommaso e toccare con mano);
3) La differenza tra l'Eletta e la Chiamata è che Dio, alla Chiamata, molla baci alla francese;
4) Madame Revanche ha per migliori amici due carogne.
Ci sono cose che, a vederle accadere, paiono gioielli irripetibili.
E lo sono.
Perchè dall'ultima volta che noi tre siam stati qui, a sghignazzare tra il Viale delle Violenze e il Caffè Illy, è passato un anno, quasi, e tre intere vite.
E siamo sempre noi, anche se io ho il volto stanco di chi sente forte la mancanza del sole e dell'azzurro, e Dio ha una fasciatura bionica al tendine, e la Chiamata ha un moroso che la ama.
Ma siamo sempre noi, e non c'è più dolore nè paura.
Siamo Madame Revanche, Pensieri di Carta e Dungeon01, siamo le blogghestarre di Splinder, ma...
Se ci guardate bene, se vi lasciamo guardar bene, vedrete alla fine semplicemente Barbara, Silvia e Giorgio, tre persone che hanno fatto un mucchio di strada per arrivare qui e ritrovarsi a ridere delle calze che sì, erano smagliate, e del mondo e del complesso delle cose e delle cose nel complesso.
Barbara e Silvia non hanno più paura, e Giorgio è finalmente sereno, ed attende anche lui una sua teofania, che arriverà e lo lascerà in ogni caso meglio di quanto non lo abbia trovato.
"Dio esiste, e parte dal binario uno", scrissi quasi un anno fa pensando a Giorgio che tornava a Milano ed a noi due ferme sul marciapiede a guardarlo andar via, mentre portava con sè tutto il marcio che avevamo raccolto a Roma.
Quel pomeriggio ci furono meno baci e moltissimi abbracci.
E' passato quasi un anno, e Dio parte sempre dal binario uno, e noi siam sempre lì sul marciapiede, con la stessa sorridente malinconia a vederlo andar via.
Prima che le porte si chiudessero, mi ha stampato un altro bacio sulla bocca e mi ha detto: "Sei mia sorella." ed io gli ho creduto perchè Dio non mente e non mente il mio cuore.
Continuavamo a salutarlo separate dal vetro, e questa volta sentivamo entrambe che tutto era uguale eppure era diverso.
Così, mentre un anno fa ce ne siam tornate a casa Piddiccì con la nebbia nel cuore ed i culi blogosferici che ondeggiavano in sincrono (...a proposito, Andrea e Valerio... Andatevene affanculo, vah!), stavolta ci siam lasciate alle spalle la stazione e siamo andate a spasso, come incapaci di parlare.
Abbiamo cullato la nostra dolcezza, abbracciato la malinconia.
E finalmente abbiamo fatto pace.
Col complesso delle cose e con le cose nel complesso.
"Come mi stanno?" ho chiesto a Silvia mostrando gli anfibi al ginocchio che avevo allacciato sotto la minigonna, le ballerine militanti dimenticate in un angolo del negozio.
"Beh, le ballerine ti stan bene, ma queste.... QUESTE sono TUE!" ha risposto Silvia.
E sia fatta la volontà del Signore...
Questo post è tragicamente lungo. Potete scegliere di non leggerlo. Perchè questo post è solo per me.
Ci sono cose che a dirle a persone di cui ti fidi, persone che senti in qualche strano modo parte di te, sembrano finalmente reali e non mordono più.
Cose che dentro di te andavi pensando da tempo, ma alle quali avevi quasi timore di dar corpo, perchè in una larga misura fan parte di te.
Oggi ho dato l'addio ad una creatura straordinaria, che mi è stata vicina nei momenti più bui della mia vita.
Qualcuno che, quando ogni cosa sembrava perduta, anche l'onore, mi ha teso la sua mano e mi ha tirata su.
Qualcuno che, quando non sapevo a che santo votarmi, mi ha messo una mano sulla spalla e mi ha detto: "Coraggio, facciamo un altro passo...".
Ho conosciuto il granduomo quando ho avuto quel piccolo "incidente" a kickboxing.
Ho preso un calcio nella lombosacrale ed ho dovuto imparare a convivere col pensiero che non avrei più camminato.
Ho avuto quattro mesi per starmene immobile a rigirarmi tra le mani la prospettiva di una vita a rotelle contro una morte onorevole.
Quattro mesi in cui il pensiero con cui mi svegliavo era la quantità di dolore che avrei dovuto fronteggiare nelle ore a seguire.
Se ho optato per accettare la prospettiva e provare a cambiarla è stato solo merito del granduomo.
Lui proprio non mi riconosceva, in quella specie di larva ancora tonica inchiodata a letto.
Ha iniziato piano piano ad insinuarmi un dubbio.
"E se ti ammazzi e scopri che puoi camminare?" - mi ripeteva - "Prova a muoverti. Fai piano. Ma fallo.".
Una, dieci, cento volte.
Finchè non lo facevo davvero, più per farlo tacere che per altro.
Al granduomo, i miei sforzi non bastavano mai.
Io mi giravo di fianco sfidando i funesti presagi di fitte da abbattere a botte di Toradol, e lui voleva che piegassi anche le ginocchia.
Io piegavo le ginocchia e lui voleva che io mi alzassi.
"Fai piano. Ma fallo.".
Sorridente. Ed implacabile.
Aveva ragione lui, naturalmente.
Gliela riconoscevo anche tra le nebbie del Toradol.
E' lui che mi ha insegnato a vincere la paura.
A preferire sempre una sconfitta onorata che una vittoria di rinuncia.
Il granduomo mi ha insegnato il coraggio della disperazione.
E mi ha insegnato l'ironia.
L'ironia è una brutta bestia.
Ti tiene in vita quando tutto cospira per spegnerti, e poi diventa un'abitudine esasperante.
Diventa la lente attraverso la quale guardi il mondo, ed è una lente cristallina ma amara e dolente.
Non so da voi, ma da me si perdona qualsiasi reato ma NON l'ironia.
Il granduomo mi ha detto: "Fottitene. Sii te stessa. E cresci.".
L'ironia è quell'arma infallibile che ti fa amare te stesso a dispetto del giudizio degli altri.
Perchè chi guarda ridendo solo degli altri è sarcastico.
L'ironico ride prima d'ogni cosa di se stesso.
E questo, in un mondo dove devi sempre avercelo più lungo e più grosso e più profumato, è inaccettabile.
"Fottitene. Sii te stessa. E cresci."
Anche in questo gli ho obbedito.
Io son capace di una fiducia cieca o di nessuna fiducia.
Gli ho obbedito.
E sono cresciuta. Uguale a me stessa. ed ho scoperto anche di piacermi un sacco.
Poi c'è stata quella brutta storia...
Finito il dolore, chiusa la fisioterapia, le mie gambe si muovevano come prima.
Il mio corpo, però, era rimasto al palo.
Avvelenato dal Toradol e da tutti gli intrugli che mi avevano propinato.
Non si capiva più niente.
Gli equilibri erano saltati.
Ti guardi una mattina allo specchio e ci vedi dentro un'altra.
E lei guarda in te.
Come l'abisso di Nietzsche.
Però più brutto.
Ed inizi il vagolare da un medico all'altro, da una teoria all'altra, ed è come un viaggio di te fuori di te.
Perchè tu, in qualche strano modo, sei rimasta indietro.
Sei lì, nel momento esatto in cui ti sei guardata allo specchio e ...
Una mattina mi son svegliata, o bella ciao...
Mentre soluzioni improbabili si intrecciano a motivazioni ridicole, e l'altra me cerca disperatamente di ridere per non piangere, il Granduomo è venuto a prendermi.
E' arrivato nella mia stanza e mi ha detto: "Vestiti. Usciamo.".
Fosse facile...
Chè quando già sei una poco incline al triangolo delle Bermude doveandiamo-chic'è-chemimetto, uscire con la netta sensazione di avere un'altra te incollata addosso come un adesivo malvagio non è proprio la massima delle tue aspirazioni.
Quella volta, il Granduomo ha dovuto faticare.
"Vestiti. Usciamo. Al massimo ti riaccompagno.".
Ed io ho ubbidito, per quella fiducia cieca che dicevo prima.
Ci son state sere che non ho retto superati i 500 metri da casa.
Il Granduomo mi ha riaccompagnata.
Senza disprezzarmi. E senza farmi sentire in colpa.
E poi sere che abbiam fatto l'alba in posti anche lontanissimi, anche senza parlare, solo io, lui ed una Lucky Strike, chè allora neanche bevevo alcoolici...
Stavamo benissimo, insieme.
Mi dava forza e coraggio con una strana osmosi, ed a volte non mi dava niente, si limitava a stare lì, accanto a me.
Il Granduomo, è vero, a volte non mi dava niente.
Ma eran le volte in cui mi insegnava che l'amore è complicità, e che ci sono silenzi che non parlano. Ci sono silenzi che urlano.
E poi, subito dopo il rientro da Amsterdam, il Granduomo credo abbia compiuto il suo capolavoro.
S'era stancato anche lui, di quel girovagare pseudoterapeutico, e degli alti scarni e dei bassi fondi.
Credo non ne potesse più da un pezzo, ma mai una volta che l'abbia confessato.
"Vestiti. Usciamo.".
Non riusciva a dirmi altro, ma aveva un tono perentorio che poche volte gli avevo sentito.
Stavolta gli veniva su cupo e secco dallo sterno, sembrava lo dicesse con l'anima più che con le corde vocali.
Mi sono fidata ciecamente, ed in un corridoio del Mediaworld ho incontrato qualcosa che assomigliava al mio Destino.
Il Granduomo era lì, accosciato accanto a me a rimirare una scheda tv per Mac, e mi ha detto "Tira su la testa. E vai.".
c'erano milioni motivi perfetti e veri per tenere la testa bassa e far finta di niente.
Ma io mi son fidata ciecamente ed ho tirato su la testa.
Credo di essermi salvata annegando.
E stavolta il Granduomo mica m'ha teso la mano.
Ha allungato il braccio e m'ha spinta più a fondo.
"Lasciati andare. E affonda.".
Ci si può fidare ciecamente di qualcuno che ti spinge consapevole a qualcosa che assomiglia al disastro?
Ci si può fidare ciecamente di qualcuno che ti spinge consapevole all'oblio?
Io sì.
Ed ho scoperto che i sommersi davvero vengono salvati.
A patto che non tentino di tenersi a galla.
Me l'ha insegnato il Granduomo.
E poi è accaduto.
E' accaduto che nei cerchi della vita, tra il lavandino e lo specchio, ci siam persi, io e il Granduomo.
E' accaduto che semplicemente son trascorsi dieci anni dal nostro incontro, e forse siamo cambiati, e forse no.
Forse ci siamo evoluti.
Io lo sentivo allontanarsi.
E volevo trattenerlo.
Ma non riuscivo a farlo.
Perchè il Granduomo mi ripeteva: "Tutto arriva a chi sa aspettare. E ciò che deve accadere, accade.".
Che non è fatalismo.
E' potere di sè.
E' SAPERE di sè.
Ed io lo sentivo allontanarsi, il Granduomo.
E più cercavo di sedurlo per farlo restare, più lui si schermiva e si allontanava.
Ed oggi pomeriggio, gli ho detto addio.
Perchè non mi serve più, così fedelmente al mio fianco.
Il Granduomo sono io.
Il Granduomo sono io che non voglio morire.
Non ho più bisogno di averlo al mio fianco.
Perchè è come averlo fuori di me.
Io il Granduomo lo amo.
E l'amore è unità.
E l'ultima cosa che mi ha insegnato è che non si stava allontanando.
Stavamo semplicemente, fatalmente, estaticamente COINCIDENDO.
Che poi, io finisco sempre con l'odiare "le buone cose di pessimo gusto" della gente che si definisce normale, quei piccoli soldatini del trito e del ritrito...
Odio Venditti, la sua berciante romanità, ed odio Ramazzotti e la sua nasale romanità, e se ne potrebbe dedurre che odio Roma, ma invece la amo perchè è il mio rifugio, con le sue strade senza fine e la mia Mastercard in pelle di tapiro...
Odio l'incoerenza elevata a sistema di vita, odio quelli che son sempre davanti ad un'immaginaria troupe televisiva, odio la mancanza di logica, di giustizia, di coraggio.
Odio i presuntuosi militanti, quelli che son sempre lì ad insegnarti come devi vivere la tua vita perchè loro una vita non ce l'hanno.
Odio i parassiti da posizione, i figli di, i nipoti di, i protetti di.
Odio chi non è capace di gettare il cuore oltre l'ostacolo, chi si adagia nella quieta mestizia, chi si lamenta, chi non si rimbocca le maniche.
Odio gli intellettuali di destra e di sinistra, quei pallidi ed occhialuti sotuttoio che si aggirano come il fantasma del capitalismo per cineforum e conferenze.
Odio i cineforum, i martedì d'essai per far vedere che se tu ce l'hai profumato, l'alito, io ce l'ho elitario, il cervello.
Odio i film di Pupi Avati, odio la comicità a botte di tette e culi, odio a ben vedere le tette ed i culi esposti per carriera.
Odio quelli che nel grande supermarket della vita prendono sempre la merce messa ben in vista esattamente al centro dello scaffale e poi si lamentano di aver preso una fregatura.
Amo quelli che, come me, prendono sempre il barattolo troppo in alto o troppo in basso, perchè odio chi prende le cose senza fatica e senza anima.
Odio chi distingue la vita reale da internet, odio quelli che hanno più di una personalità, quelli che non si lasciano andare, i sospettosi, i diffidenti, i bugiardi.
Odio le maschere ed il carnevale, a Venezia come in ogni parte del mondo, odio il veglione di Capodanno, il trenino di Brasil ed i balli di gruppo.
Odio il caldo che soffoca, chi non esce "perchè piove e mi bagno", chi bacia senza toccarti almeno con la guancia.
Odio le strette di mano molli e sfuggenti, la gente che non si lava, chi non tiene al proprio aspetto, chi si sente fighissimo con gli occhiali a mascherina.
Odio i locali frequentati dai professionisti, odio quei tavoli zeppi di stronzetti griffati che bevono Barolo sentendosi tremendamente bohemiennes.
Odio il vino bianco, il Martini e la pasta al forno.
Odio le polpette di carne, i cibi complessi, odio non vedere cosa sto mangiando.
Odio chi non annusa, chi non tocca, chi non sorride quando mangia.
Odio i distaccati dalla vita e dalle cose, i rinunciatari, i molestatori, gli usurai.
Odio chi non fa il proprio lavoro con dedizione e cura, gli sciatti, quelli che "tanto poi lo aggiusto".
Odio i non curiosi, gli annoiati cronici, i nevrotici convinti di essere affascinanti nel loro male come Hannibal lecter.
Odio chi sbaglia il congiuntivo, odio chi premette ad ogni frase "cioè", chi scrive con le k e le x.
Odio quelli che "a 30 anni ancora giochi con la playstation???".
Ed odio quelli che leggendo questo post mi chiederanno: "E ti meravigli di essere zitella????"
E' ottobre, e fuori c'è questa mattinata calda e soleggiata, ed è un peccato mortale restarsene rintanati in tribunale a vagolare per cancellerie e scansare gente che ti offre il caffè, e così esco verso le dieci con Aurelio per andare al bar e semplicemente non rientro.
Vado alla macchina a passo sostenuto, salutando allegramente quelli che incontro.
Intanto, telefono a Giovanni, tornato ieri sera perchè il suo ordine professionale esigeva un tributo di sangue.
"Andiamo a fare due passi, Fratè?".
"Ma vieni!!!"
E vado, e sembra davvero maggio, e mentre vado penso a quante cose siano cambiate fuori e dentro di me in questi ultimi tempi, ed accendo il Pioneer dentro cui gira un cd mp3 e vado.
Quella sera del maggio 1999 a Bari era fresca, con solo un leggero soffio di vento che faceva tremare le foglie del lungo viale che attraversa esattamente a metà Via Andrea da Bari.
Io e Giovanni stavamo seduti sulla panchina dove di solito si vendevano le stecche di Marlboro, una Tennent's tra le gambe e mille cazzi in testa.
Quella sera davamo ufficialmente l'addio a Bari, a tutto quello che aveva rappresentato per noi, alle speranze che ci avevano fino a quel momento tenuti in vita.
Avevamo dentro l'euforia dei disperati, e ci sembrava che quella notte potesse durare all'infinito, o quantomeno fin quando duravano i nostri ricordi.
Ogni tanto, ricambiavamo il saluto di qualche studente mio o suo che faticava a riconoscere in quei due figuri felpati ed incappucciati, con la birretta tra le gambe, l'algida tutor di criminologia o quel medico decisamente pazzo che gravitava attorno alla cattedra di medicina legale.
Eppure eravamo noi, quelli, e ci tornava in testa un verso di una canzone napoletana che diceva "Tu mme diciste: "Sí!" na sera 'e maggio...e mo tiene 'o curaggio 'e mme lassá?!" e sembrava composta esattamente per la nostra vita barese...
C'era stato un tempo in cui noi neanche la pensavamo possibile, una vita a Bari.
C'era stato un tempo in cui - freschi freschi di immatricolazione - tornavamo a casa più spesso che potevamo e per permetterci le serate alla Taverna del Maltese ci eravamo ingegnati ad insegnare l'inglese a gente che pensava di voler cantare.
Così, tenevamo lezione alla Villa Vecchia, con un mangiacassette a batteria e tanta faccia tosta, ed andavamo sottolineando come esistesse un accento per qualsivoglia intonazione del canto.
Se avevi una voce bassa, e fonda, avresti potuto cantare come lui.
Se invece tendevi alle note alte (io mi occupavo solo della pronuncia, il musicista è sempre stato Giovanni, quindi perdonate la mia approssimazione a colpi di machete) potevi scegliere di cantare in perfetto londinese come il cantante dei Pet Shop Boys.
Se poi avevi fegato, potevi tentare di emulare la MIA adorata Harriet, che ancora oggi mi fa venire i brividi a sentirla e che imito brutalmente in macchina.
Poi ci eravamo stabiliti e stabilizzati, in quella città levantina e bastarda che era la Bari degli anni '90 e ci sguazzavamo a nostro perfetto agio, aiutati dall'accento che a me tornava su ed a lui proveniva in differita dalla zia barese.
Non che fosse poi necessario, perchè tra noi parlavamo esclusivamente in inglese, mentre saltellavamo entusiasti nel nostro personale Triangolo delle Bermude: Laterza, Ricordi e Profumeria.
Finivamo le lezioni e via sulla panchina, a sgranocchiare un triangolo di focaccia di Magda confrontando le nostre idee sul mondo fino a quando non mi accompagnava al treno, mi abbracciava, litigavamo perchè non volevo che salisse e mi accompagnasse a casa per poi tornare indietro e via, fino al giorno dopo.
Alle otto di mattina eravamo di nuovo lì al binario ovest, abbraccio, caffè e poi io in centro e lui verso Via Capruzzi.
Quando andavamo a cucinare a casa delle nobildonne baresi - altra nostra fonte di reddito extra - finiva che ci dicessimo robe tipo: "Sto praticando una soluzione di continuo nel filetto." oppure "Puoi gentilmente infliggere un paio di ferite lacero-contuse alle scaloppine?".
Per dire quanto eravamo idioti, all'epoca, idioti e fermamente convinti di essere dei geni.
Tipico degli idioti, a ben vedere...
Poi ci fu il mio esame di medicina legale, e lui si sentiva tanto il mio mentore, lui che studiava medicina.
E quel pomeriggio il professore decise di interrogare personalmente gli studenti di giurisprudenza (sette invasati come me, gente con la pappa al posto del cervello, visto che medicina legale era un complementare da 900 pagine e potevi ben optare per Diritto Canonico, 40 pagine ed un anno in meno di purgatorio).
E tocca a me, che avevo tenuto botta alle lezioni e a due autopsie, le mani sprofondate nelle tasche a gingillarsi due coglioni in granito mentre attorno a me i mediconzoli svenivano come damigelle sotto il sole, ed io tosta, i piedi infissi nel pavimento ed un pensiero in testa a tenermi in vita: non è reale, non è reale.
Mi siedo di fronte a lui con il ghiaccio nelle vene, io che non ho mai avuto paura di un esame in vita mia e chissà perchè quel pomeriggio mi struggo.
E mi siedo, lo guardo e bam.
"Allora, signorina, lei è un medico-legale e la chiamano. Sul ciglio di una strada trova un cadavere. Cosa fa?".
"Circoscrivo un perimetro rettangolare e mi inginocchio."
"Si inginocchia? Mi sembra un ottimo inizio. Prosegua."
"Mi inginocchio e cerco di cogliere il battito cardiaco. Se manca, ispeziono esternamente il cadavere alla ricerca della causa della morte se essa è evidente ictu oculi..."
E bla, e bla, e bla....
Non mi interrompe mai, sorride sfottente ma non interrompe.
Poi finisce.
"Bene, basta così. Le do il voto, ora. Che dice, si inginocchia?".
Io non lo so cosa cazzo mi prese.
Lo guardai e tirai fuori una delle mie uscite del secolo.
"Se devo constatare il suo decesso, certamente.".
Otto persone fanno un silenzio da deserto, in un'aula di medicina legale.
Cala il gelo, mentre penso che sì, mi sono fottuta la carriera universitaria.
E nel silenzio, lui, il mio mentore, il mio migliore amico, esplode in un lungo: "Mòòòòòòòòòòòòòòòòòòòòò!!!!" - che è l'imprecazione barese per sottolineare le grandi tragedie e le grandi meraviglie del creato - che rimbalza per tutta l'aula e non ci ha mai più abbandonati.
Il professore scoppia a ridere e mi stringe la mano.
"Signori, ecco a voi la studentessa più coraggiosa del pianeta! Vorrebbe fare la tesi con me? E naturalmente... Il suo voto è trenta e lode. Lei, là in fondo...Ha qualche altra curiosa esclamazione da sottoporci?".
Il professore l'ho incontrato poi in un maxiprocesso qui in Calabria.
Naturalmente, non si ricordava di me, ma mi salutò con grande cortesia, come tra colleghi, e mi parve così strano sentirmi chiamare Avvocato da lui....
Sono sotto casa di Giovanni, che come al solito salta nella mia macchina, perchè entrare non è figo, lui deve letteralmente saltarci dentro, bestemmiando affettuosamente contro il cruscotto che gli pesta il ginocchio ed il freno a mano che tenta la via di Sodoma.
"Fratè...Ti ricordi il mio esame di medicina legale con Strada?".
Ci guardiamo un paio di secondi.
Poi, all'unisono...
"Mòòòòòòòòòòòòòòòòòòòòòòòòòòòò!!!"
Ci sono un po' di abitudini vecchie che la mia augusta personcina farebbe bene a dismettere - rifletto riflettendomi nello specchio di un camerino di Pimkies - roba vecchia di quand'ero la Gnocca col Cervello Intorno e che ora risulta mestamente demodè addosso a questa PsychoBonazza che son diventata.
Vecchie abitudini che devo assolutamente gettare via entro la fine del 2008, meglio se entro la fine di questo Ottobre spettacolare, perchè ormai proprio non mi ci vedo più, a solcare quelle rotte d'abitudine e mestizia...
Così, mentre miro e miro questa piccioncina che indossa senza difficoltà e senza scazzi una mise porno che la metà basta - un corpetto blu notte con annesso coprispalle di voile, impensabile per il Granduomo che pure sono stata (e che adesso, ci scommetto, è lì, dietro i miei occhi che sorridono...) - vado compilando mentalmente la lista della spazzatura psico-esistenziale che devo obbligatoriamente portare al macero.
Ve la includo, miei adorati quattro lettori e mezzo, con la speranza che anche voi compiliate la vostra e vi dedichiate (vah che padronanza del congiuntivo, parbleu!) senza indugi e senza pietà alla definitiva epurazione delle
SETTE ABITUDINI CHE OCCORRE ASSOLUTAMENTE DISMETTERE ENTRO IL 2008.
1) Portare abiti di una misura in più.
Sto passando questo autunno formidabile tirando su la cinta dei pantaloni ed esibendomi in ingloriosi saltelli con le mani agganciate ai passanti.
A volte commetto l'atto impuro con una certa qual dignità, la stessa che mi consente di ignorare il fatto che, quando mi metto le mani in tasca (e lo faccio SEMPRE) l'etichetta posteriore dei jeans mi finisce dietro al ginocchio...
Spesso e volentieri, tuttavia, mi ritrovo con il cavallo dei jeans in posizione da stupro ed il bottone fissato più o meno all'altezza della gola.
Son momenti di grande televisione, eh...
2) Nascondere le mani.
Chi dice che Dio non ha debolezze?
Io le mie mani le ho sempre detestate, ritenendole troppo piccole e troppo infantili, nella loro mordida tenerezza, per costituire il lato pragmatico di una volontà nicciana come la mia.
Detestandole fieramente, le nascondevo.
Poi è arrivato LUI.
LUI non ha due mani. Ha due remi.
Lunghe, sottili, forti.
Ebbè, io ho visto la mia nanesca appendice intrecciata alla sua e, guarda un po', quel contrasto mi è piaciuto.
Mi è piaciuto al punto da scattare una foto ed iniziare a comprarmi anelli.
3) Pormi come personal trainer esistenziale.
Lo giuro, quando lo faccio mi sto sul culo da sola.
Io e la mia voglia di risolvere le vite altrui.
Mi applico ai nodi del vissuto altrui con la medesima dedizione di una shampista armata di un bidone di balsamo.
E tiro, e tendo, e pettino e massaggio...
E che palle, Barbarè!
Chè poi, alla shampista pervicace si lascia la mancia, si fa un sorriso, si offre un caffè.
A me normalmente si rifilano fregature.
Finisco incastrata in ruoli immondi che vanno dalla virtual mother allo psichiatra a gettone, ruoli che mi snaturano, mi indignano, mi fanno fuggire via a velocità supersoniche.
Basta.
Il motto dell'anno è FRICATIVILLA SULI!
4) Comprare le All Star un numero e mezzo in più.
Questa minchiata fa pendant con quella di cui al numero 1.
Io non lo so cosa mi prende...
Sarà che odio le costrizioni, sarà che io mi vedo alta almeno un metro e novanta e quindi DEVO calzare un 41 e mezzo, fatto sta che il mio alluce non ha mai toccato la punta di una Converse.
Tuttavia, per tenere a bada l'effetto "Sul Corso con le pinne" finisce che mi stringo i lacci al punto da far quasi combaciare i buchi.
Perchè, dunque, continuare a sfidare la cancrena?
5) Bere Campari Gin.
Quando bevo, notoriamente divento sentimentale, e chi mi conosce sa bene cosa intendo...
Voglio dire che, quando bevo, il mio già ampio concetto del limite si sposta ulteriormente in avanti, e mi ritrovo trasformata nella versione scollata e bonne mine di Alex de L'arancia Meccanica.
Conoscendo questa mia deviazione, sto ben attenta a bere esclusivamente in compagnia di Amici, gente tosta capace di lussarmi una spalla quando occorra trattenermi.
Essere sentimentale mi piace, appaga quella mia costante tendenza all'ammazzatina, al balcanismo militante, alla revanche sanguinosa.
Ho scoperto che il Campari Gin mi fa venire sonno, mi trasfigura nella versione svenevole e arresa di Steven Seagal. In una parola: mi ammupia, come dicono qui in Burundi.
Ed io, che tutto voglio, di questi tempi, tranne che ritornare a sprofondarmi nel sonno dogmatico, devo smettere di berlo.
6) Considerare la gente "intelligente per definizione".
Il più delle volte non lo è.
Il più delle volte, sta lì a bocca aperta ad aspettare una qualche folgorazione sulla via di Damasco, mentre io, che a quelli come me arrivo forte e chiara come un Eurostar, mi arrabbatto ad accendere in quegli occhi seppiati una qualche scintilla di genio.
Devo quindi assolutamente iniziare a considerare il mio interlocutore medio come una via di mezzo tra Cita ed un tronchetto della felicità (non certo della MIA felicità, aggiungerei....) e parlare per concetti semplici e immediati.
Nel caso delle femmine, è decisamente opportuno non avventurarsi più nelle estenuanti sedute di ricerca della dignità.
Nel caso dei maschi, sarebbe meglio iniziare da cose tipo Cuccia, Seduto, Pappa.
7) Considerare il telefono cellulare come un nemico giurato.
Qui ho già iniziato.
Io il telefono lo odio, come ben sa e plaude la mia amica Piddiccì, una che, per farti una telefonata, si deve trovare a Roma a fieramente ostacolare e reprimere il desiderio di svellere un trespolo in cemento armato dove, tempo addietro, il Re dei Pirla leggeva Repubblica inconsapevole delle occhiate di ironico disgusto delle donzelle che lo accompagnavano.
E poichè Piddiccì a Roma ci va solo nelle occasioni speciali - mostre d'arte, personali giapponesi e Splinder Night - le nostre telefonate si possono ben assimilare all'assolvimento del dovere coniugale in una coppia di sessantenni: compleanno, Natale, botta ormonale.
Ora, da qualche tempo a me piace parlare al telefono.
Sarà che ci passo le giornate a pontificare e ridere con LUI, sarà che nella mia vita sono entrate Babsie e la Tiz e la Trimurti è completa, fatto sta che ultimamente stare al telefono mi piace parecchio.
Devo però dismettere l'abitudine inveterata di rivoltarmi come un serpente quando squilla.
Perchè sennò succedono cose brutte.
Come ieri mattina.
Mi squilla il cellulare che uso per lavoro, mi pare di riconoscere il numero per quello di G, un colleguccio che da dieci giorni mi tartassa per venire a capo di una questione: la zia bidella si separa e lui l'ha presa come se stesse patrocinando il divorzio tra Donald ed Ivana Trump.
Pone interminabili questioni di alimenti, e di divisioni.
Reddito mensile della bidella: 800 euro.
Reddito mensile del liquidando consorte: 900 euro.
Per dire, eh...
E lui, non pago di combattere a sangue per ottenere un pareggio che il Giudice in ogni caso gli concederebbe, mi inonda di ardite costruzioni metagiuridiche non presenti in alcun codice mai stampato nella nostra galassia, di talchè gli ho affibbiato il nome di FantaAvvocato, la bibita col giurista intorno.
Mi pare di riconoscere il numero e, tenendo in precario equilibrio nella mano destra i miei acquisti, rispondo garrula: "Buongiorno! Lei è stato selezionato per sparare la Super Minchiata del giorno!!! Inizi dopo il segnale acustico.".
Il BIP mi muore in gola quando dall'altro capo del telefono una voce maschia e fonda mi obietta: "Buongiorno a lei, Avvocato. E' la Procura della Repubblica, Guardia di Finanza.".
E' un attimo.
Poi mi torna su un rigurgito di ribellione, solo che non è balcanismo e non è guevarismo.
Dentro di me si agita lo spirito dell'Unto dal Signore, ed in un tono alquanto lumbard il volkgeist delle Partite IVA con l'accento di Totò nei Tartassati, si incazza. "Cos'è, adesso devo anche fatturare le figure di cacca??? Eh?".
Una prece.
E' tutto il pomeriggio che me ne vado in giro in macchina e vagolo da un appuntamento all'altro con un sorrisetto fisso che spesso si allarga in una cantata a squarciagola.
Precisamente, è da quando ho inserito nel mio Pioneer un cd che contiene la discografia completa di Sergio Caputo.
Io Sergio Caputo lo adoro dal luglio del 1990, quando avevo diciassette anni scarsi ed il mio fidanzato dell'epoca, ottimo musicista e idolatra dei Beatles e dei Pink Floyd, mi schiacciò in mano una musicassetta da 90 minuti sulla quale la sua grafia minuziosa ed elegante aveva miniato titoli stranissimi.
Chè per una che ascoltava in loop Arnold Layne e Set the controls for the heart of the sun, titoli come Mercì Bocù e La jena s'è svegliata non dovevano poi apparire tanto strani.
Eppure fu amore a primo ascolto.
Che poi io, Sergio Caputo, lo vidi personalmente di persona proprio quella estate, e proprio col beatlesiano musicista, che mi trascinò nel backstage a toccare l'idolo.
E mi fece una tenerezza infinita, perchè mi fece rotolare in testa un verso degli Smiths che consigliava di salvare la propria vita perchè se ne possiede una sola...
Ed insomma, oggi pomeriggio, quando inserisco il cd e metto in moto, mi torna su tutto quel bagaglio di emozioni e di colori e davvero non posso fare a meno di vivere questa coda di giornata in compagnia del mio vecchio amico...
"Rivederti è pleonastico/ per una volta o due/ magari per un tè/ dondolarsi utopistici/ in un sogno demodè"
T'ho incontrata domani
Mi fermo a prendere il caffè sotto quello che solo un paio d'ore dopo sarà il mio nuovo studio.
Incontro una mia vecchia conoscenza, una di quelle infinite "migliori amiche del trimestre" che hanno attraversato come voraci meteore la mia vita.
Questa, però, è una delle poche che abbia liquidato io, con una scena degna di Steven Seagal sul marciappiede del ristorante cinese...
"Barbarèèèèèè!!! Ma che hai fatto????"
Poggio la tazzina sul piattino con una serena espressione di curiosità.
"Perchè, c'è puzza?", chiedo, stroncando sul nascere qualsiasi kit abbraccio-bacio sulla guancia .
"Ma noooooooo!!!! E' solo che...."
"Ho capito. Sono bellissima."
"Davvero!!!!"
Perchè alla fine ha ragione LUI, poi mi abituo.
"E non ti sembra cortese lasciare inviolata tanta bellezza?" chioso, girandomi ed andando via mentre benedico la mia abitudine di pagare in anticipo.
"Sono senza sigarette / e la ruggine mi assale / il mio "alibi" è altrove / tra le braccia di un tale. Sono qui per un disguido / ma il nemico non la beve /sono pronto alla fuga / ma nessuno mi insegue."
E le bionde sono tinte
Ed incontro la collega con cui alla fine dividerò lo studio, chè lì dove sono adesso mi sento alquanto compressa ed a disagio. Ho bisogno di un posto diverso, più silenzioso, nel quale riprendere a studiare senza le continue richieste di confronto e di consulenza.
Questa è la sistemazione ideale, lo comprendo esattamente dieci secondi dopo aver varcato la porta, e così fingo di prestare orecchio alla collega che cerca in ogni modo di persuadermi a prendere una decisione che in verità ho già preso.
Mentre parla e straparla, io misuro in passi la stanza, immaginandone l'arredamento, e mi chiedo dove posizionare la mia stampa di Van Gogh che portai a casa da Parigi.
Il mio silenzio concentrato la disturba molto, la mette in crisi, e così si lascia andare a condizioni sempre più magnanime, e sento chiaramente la sua impazienza di vedermi capitolare.
Poichè le questioni economiche evidentemente non mi smuovono, passa al piano personale, magnificando le mie doti umane e professionali, e la notoria fama di cui godo presso i miei sedicenti colleghi.
"Senti, e di XXXX cosa ne pensi???" mi chiede.
"Francamente, è una merda. E bada che l'ho detto anche a lui, eh...", rispondo seccamente.
"Oh. Gli ho detto che forse facevi studio con me e mi ha detto che sei bravissima..."
"Ho detto che è una merda, non che è incapace di riconoscere il genio...".
Che vogliono / mi chiamano al citofono /si organizzano /son li sul pianerottolo / a dire che non dormono /per via del mio sassofono /che suona un Evergreen.
Mi barrico / e' gente senza scrupoli /col megafono /mi urlano di arrendermi /"Consegnaci il sassofono /e vattene agli antipodi..." / e arrivederci Broadway."
Ho l'hobby del sassofono
"Qui puoi fare tutto quello che vuoi, davvero. Io ci sono pochissimo, e quando ci sono giuro che non ti do fastidio..." si sponsorizza la proprietaria della baracca, ormai prigioniera del gioco delle parti invertite.
"Guarda, io ho orari alquanto eccentrici...Di solito lavoro fino alle undici di sera, a volte mezzanotte...Difficile che arrivi prima delle cinque, però..."
"Barbara, davvero, puoi fare tutto quello che vuoi. Però, scusa... Che ci fai in studio di notte?"
"Mettila così. Creo per impossibilità di procreare.".
Per quanto mi diverta questo gioco, tenerla sulle spine e vedere cosa è disposta a cedere pur di fare studio con me (chiamatemi immodesta, ma sono decine i colleghi che mi offrono di condividere con loro lo studio...Dove lo trovano un consulente interno a costo zero? E poi fare penale fa figo, avere un penalista in studio, per giunta femmina e dai capelli rossi, è roba che fa salire le quotazioni di almeno dieci punti, eh...), mi pare eccessivamente crudele proseguire.
"Va bene, dai. Dammi le chiavi, ci vediamo domattina, vengo a prendere un paio di misure."
"Davvero???"
"Sì, mi piace giocare al piccolo architetto dell'universo..."
"Oddio, sono così felice!!!"
"Chiamami Barbara, dai..."
Non coglie il sottile humour, ma è trasfigurata dalla gioia, e parla, e parla e straparla. "Grazie niente arsenico / devo proprio andarmene / anzi, adesso slegami... ma cherie"
Anche i detective piangono
Scrollatami di dosso la mia umida collega, vado alla ricerca di una webcam compatibile con Mac.
L'impresa appare subito più difficile della ricerca del Graal.
Mentre percorro bestemmiando i corridoi del reparto Hi-tech (hi tech questo beneamato! Le uniche webcam che vedo sono degli orrendi occhioloni di plastica che sembran buoni per reggere le uova alla coque...), mi squilla il cellulare.
E' LUI, di ritorno dal lavoro e dalla ricerca di un amico degli amici che, a quanto pare, ha fatto il suo dovere.
La sua voce mi fa sentire improvvisamente più leggera, ed in verità lo sono, ma a volte mi piace non vedermi, mi piace pensarmi.
"L'hai detto pure tu / che mi conosco male / ti sembra di cambiare ma ogni giorno fai la stessa gaffe..."
Dalla peste di Parigi
Ed insomma, c'è questa mia vita nuova che si affolla di gente bella e buona, si riempie improvvisamente di amici e di colori, e pare finalmente non più trascinarsi, ma svolgersi, con una precisione escatologicamente mirata al salvataggio di me, di quel buono di me che sembrava quasi scomparso, annichilito e sepolto sotto troppi strati di dolore.
E ci sono anche io, e stavolta ci sono davvero, ci sono dentro con la stessa appassionata furia di un musicista hip-hop, ci sono dentro e balzo all'occhio fuori, io che finalmente sorrido senza l'aria di chi cerca occultamente la pistola.
E ci sono per restare.
Come tutte le cose che davvero contano nella vita.
Mi prende un tremendo nervosismo, sul finire del pomeriggio, e non ho voglia di uscire, quindi decido di scaricare giocando a tennis con la Nintendo Wii.
Abbandono le scarpe in un angolo, poggio i piedi sul mio gelido pavimento di marmo, tolgo i pantaloni della tuta e mi accingo ad un torneo sull'erba vestita di una canotta nera comprata ad Eurodisney ed un boxerino rosso fuoco.
Sono la versione porno-genius di Jenny la tennista, proprio...
Adesso, il mio tennis si svolge così, con un televisore al plasma ed un affarino wireless, ma c'è stato un tempo in cui davvero avevo un campo di una specie di gommato rosso, sotto, e le mie mani piccole stringevano crudelmente una Head blu.
Ho giocato a tennis nel lustro cruciale tra i dodici ed i diciassette anni, sul campo regolamentare di una caserma dell'esercito.
Giocavo a tennis perchè ci giocava, e bene, mio padre, che ricordo alto e bellissimo nei suoi pantaloncini bianchi della Fila e la polo blu.
Mio padre era uno sportivo vero, io una piccola gregaria vanitosa, che amava il tennis forse più per la gonnellina bianca e rosa Lacoste che le scopriva le cosce che non per lo sport in se stesso.
Arrivavo in campo perfettamente addobbata, con tanto di fascia, polsini e borsone, tutto Lacoste, perchè mio nonno diceva che senza il coccodrillino verde nessuno poteva SERIAMENTE giocare a tennis.
I primi tempi patii di molto l'allenamento e l'avviamento.
Passavo ore a far rimbalzare la palla sul muro, le spalle tragicamente voltate alla rete.
Poi uscì fuori la mia indefettibile logica kantiana e, quando mio padre, alle mie insistenze di iniziare a giocare sul serio, rispose che avevo ancora bisogno di quel tipo di allenamento onanistico, una tredicenne Madame Revanche replicò: "Ma scusa, quando tu hai imparato a guidare, tenevi la macchina spenta?".
Fine della discussione.
Ricordo mio padre trattenere una risata ed indicare la mia metà campo con la racchetta.
"Si accomodi, Miss...", mi disse.
E naturalmente non mi diede tregua.
Con mio padre, l'età giovane ed il ruolo di figlia non portavano vantaggi.
Si giocava.
E basta.
Per due anni ho incassato solo sconfitte.
Correvo da una parte all'altra, e le prendevo tutte, ma non bastava mai.
Non ho mai accettato di smettere.
Non finchè non lo avessi battuto.
Nel frattempo, bagnavo quella specie di asfalto bordeaux con il mio sudore e lo nutrivo di brandelli più o meno consistenti di pelle e sangue quando cadevo.
E non accadeva di rado.
In qualche misura, però, le mie sconfitte erano onorevoli.
Avevo un'impressionante capacità di misurare il campo, difficilmente mandavo la palla troppo fuori, perdevo per la capacità di mio padre di rilanciarmi la pallina in ampi archi sopra la testa, e mi sembrava quasi di volare, la racchetta sollevata in aria e le gambe sempre indietro.
Cadevo.
E perdevo.
Dopo la partita, io e papà facevamo la doccia insieme, in quei box di muratura tipici delle caserme, ognuno nel suo e separati da una parete di piastrelle su cui io, infuriata e sconfitta, battevo le mani già doloranti a palmo pieno.
"Sì? Avanti!" ridacchiava lui, come se io avessi bussato, ed io smettevo, per pudore più che per ritrovata serenità.
Giocavamo a tennis tre volte a settimana, le altre quattro lui giocava con i suoi colleghi, ed io lo guardavo, sempre alla ricerca di falle nel suo modo di giocare.
Non c'era molta lotta, naturalmente.
Quando sei alta uno scarso metro e cinquanta e giochi contro un tipo di quarant'anni alto un metro ed ottanta ed in perfetta forma fisica, ti sembra che questi copra gli 8,23 metri della sua linea di fondo in tre passi scarsi, mentre a te pare ne servano dieci solo per arrivare a metà.
A rete imparai presto a non scendere.
Appena arrivavo nel rettangolo centrale, partiva l'arco perfetto di mio padre.
Ed erano cazzi.
Quindi, mi tenevo ben stretta la mia linea di battuta e da lì mi parve decisamente il caso di giocare d'astuzia.
Mentre lui giocava coi colleghi, io da brava figliola ubbidiente riscoprii il fascino del muro.
Lui mi guardava orgoglioso ed io pensavo: "Guarda pure, Guarda come imparo a fotterti...".
Esattamente in questi termini, io son Madame dalla culla.
Imparai così a lanciare la palla in lunghe traiettorie diritte.
Poi imparai ad incrociarle.
Prima l'angolo estremo a destra, poi quello a sinistra.
La prima volta che provai, lo feci correre da un lato all'altro.
Una sola volta.
Per non fargli capire dove volevo andare a parare.
Vinse, ma disse: "Bel colpo!".
Poi, la partita dopo, quando eravamo 40-15 per lui, mi venne fuori un urlo di rabbia.
Ed incrociai.
Ripetutamente.
Persi a 40.
Ma non mi importò, quella volta.
Quasi mi bevevo il rossore di fatica che gli aveva invaso la faccia.
E di nuovo, papà Revanche con i colleghi e Barbarella col muro.
Imparavo la volee corta.
Imparavo gli archi, ma lenti e corti.
Poi sommai.
Quattro incrociate continue e poi, quando sentivo che era stanchino, la mia palla finiva esattamente a due metri dalla rete.
Lo facevo correre come un matto.
A destra ed a sinistra e poi in avanti.
Ho preso milioni di nastri, che mi rispedivano indietro la palla e l'autostima.
Ma poi imparai.
E furono cazzi per lui.
Perchè vinceva.
Comunque.
Ma faticava come un negro, mentre a me le ferite sulle gambe iniziavano a chiudersi per sempre.
Perchè quando una stronzetta tappetta ti fa saltellare qua e là, la capacità di tracciare archi perfetti ti passa.
Garantito.
E sotto la doccia, mi sembrò che lo Yellow Submarine che fischiava fosse alquanto sfiatato.
Io, per conto mio, non bussavo più.
Mi insaponavo distrutta ma in qualche modo pacificata.
Distrutta perchè anche lui iniziò ad incrociare sul fondo.
Ed io correvo, e speravo che il Signoruzzo mi dotasse di braccia elastiche.
Non lo fece.
"Tu non sai giocare per giocare, vero? - mi chiese papà - Tu devi giocare per vincere. E' per questo che perdi...".
Lo so che sembra crudele, e forse lo era, ma mio padre è un militare e la TEMPRA gli appartiene.
Peraltro, mio padre aveva anche fatto una cosa crudelissima già nel nome.
Mio padre aveva fatto la Scuola di Guerra.
La tempra gli appartiene.
Ed appartiene anche a me.
"Perchè, tu con me fai il duro per regalo della promozione, papà?".
Mio nonno, quando veniva in Calabria, assisteva alle nostre partite coi pugni che si aprivano e chiudevano ritmicamente per l'indignazione.
Neanche lui mi ha mai fatta vincere a qualcosa.
Però lo urtava tutto quel mio smazzare sul campo.
Lo urtavano le risate di mio papà ed i gemiti che io soffocavo nell'asciugamani, visto che detestavo il tennis femminile proprio per quella serie insopportabile di urletti.
Non si è mai intromesso.
Nè mi ha mai dissuasa dal proseguire nel gioco.
Nel posto dove sono cresciuta io, le persone sono libere di decidere per se stesse a patto di rispettare un'unica, fondamentale, inviolabile regola: non far male a nessuno e non rompere i coglioni.
E così, mentre sudo per la mia camera da letto agitando nell'aria il cazzariello ipertecnologico, stendendo il braccio fino a farmi male alla spalla, menando tremendi fendenti a forza piena, i piedi perfettamente centrati sul marmo la cui fredda consistenza mi lascia del tutto indifferente...
Mentre metto a segno tutti quei trucchetti che usavo contro papà...
Mi torna in mente l'unica volta in cui vinsi contro mio padre.
Chiusi il gioco con dieci incroci, due demi-volee, un pallonetto ed un ace.
Puro culo.
Culo e determinazione.
Mi avvicinai alla rete incurante delle ginocchia sanguinanti che pulsavano per le piccole schegge di pavimento che avevo portato via grattandolo.
Mi avvicinai alla rete abbastanza in fretta.
Ma in modo che mi sentisse perfettamente mentre cantavo
"As we live a life of ease
Everyone of us has all we need
Sky of blue and sea of green
In our yellow submarine.
We all live in our yellow submarine,
Yellow submarine, yellow submarine
We all live in our yellow submarine, Yellow submarine, yellow submarine".